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Martedì, 30 Novembre 2021
L'intervista

Perché con le concessioni balneari azzerate è a rischio la "qualità"

Dal 2024 le concessioni dovranno essere assegnate tramite gare pubbliche, senza eccezioni: una svolta epocale che avrà diverse ripercussioni. L'intervista a Enrico Schiappapietra, Vice Presidente vicario Sib-Confcommercio: ''Perderemo tante piccole realtà locali, che sono la ricchezza del nostro Paese''

Cosa succederà alle concessioni balneari dal 2024? Il Consiglio di Stato ha prorogato le attuali concessioni fino al 31 dicembre 2023, ma dopo l'Italia seguirà quello che l'Europa chiede da anni: una liberalizzazione del settore. Un cambiamento epocale e allo stesso tempo drastico, che potrebbe avere delle ripercussioni sia economiche che sulla qualità del servizio offerto alla clientela. Il motivo? Andiamo per gradi. 

Concessioni balneari, la sentenza del Consiglio di Stato

La sentenza di martedì scorso ha stabilito che ''per evitare il significativo impatto socio-economico che deriverebbe da una decadenza immediata e generalizzata di tutte le concessioni in essere. Dal 2024 anche in assenza di una disciplina legislativa le concessioni cesseranno di produrre effetti, nonostante qualsiasi eventuale ulteriore proroga legislativa che dovesse nel frattempo intervenire, la quale andrebbe considerata senza effetto perché in contrasto con le norme dell'ordinamento dell’Unione Europea''.

Era infatti dal 2006, anno in cui la Commissione Europea approvò la cosiddetta direttiva Bolkenstein, che il nostro Paese doveva iniziare a liberalizzare le concessioni pubbliche e i beni di proprietà dello Stato, come appunto spiagge e gli spazi demaniali occupati dai venditori ambulanti. Dal 2024, per utilizzare quegli spazi, sarà necessario vincere delle gare pubbliche con regole equilibrate aperte a tutti. Secondo i giudici, oltre ad essere un'imposizione dall'Europa, l'apertura del settore alla regole della concorrenza ''è estremamente prezioso per garantire ai cittadini una gestione del patrimonio nazionale costiero e una correlata offerta di servizi pubblici più efficiente e di migliore qualità e sicurezza, potendo contribuire in misura significativa alla crescita economica e, soprattutto, alla ripresa degli investimenti di cui il Paese necessita''.

Concessioni azzerate ed effetti economici

Una vera e propria rivoluzione per una penisola come l'Italia, quasi del tutto circondata dal Mediterraneo, una delle principali attrazioni che spingono milioni di turisti a visitare ogni anno il nostro Paese. Ma cosa succederà alle imprese che hanno le attività sul demanio? Quali saranno le conseguenze per i cittadini? Abbiamo cercato di fare chiarezza con Enrico Schiappapietra, Vice Presidente vicario Sib-Confcommercio e presidente del Sib Regione Liguria: ''Il problema riguarda tutto il fronte mare italiano, ricco di ogni genere di attività, piccole e grandi. Gli stabilimenti balneari sono soltanto una parte, ma ci sono anche sale da vallo, ristoranti, bar, gelaterie, alberghi, porti turistici e tutta una serie di imprese che fanno parte di un'economia che genera una grande fetta di Pil, un settore che merita attenzione e salvaguardia''.

La ''beffa'' per le imprese

Infatti, il sistema della proposta turistica di tipico stampo italiano, adottato anche in altre parti del mondo, nella maggior parte dei casi si basa su una micro-impresa o una famiglia, che magari gestisce e si prende cura da anni della struttura che ha edificato su quel terreno. Adesso però c'è il rischio di perdere non soltanto il terreno, ma anche tutto quello che c'è sopra, una 'deriva' pronosticata anche da Schiappapietra: ''In origine su quei terreni non c'era nulla. Le attività che ci sono sopra sono state costruite da imprenditori o acquistate, ma siccome non sono delocalizzabili e non si possono spostare come altre attività, non è giusto che venendo meno la concessione si tolga all'impresa anche quello che c'è sopra. È come se avessi un posto auto in affitto dallo Stato, che di punto in bianco decide di riprendere non soltanto il posto, ma anche l'auto che c'è parcheggiata sopra''.

''Prendiamo atto di questa situazione - prosegue il vice presidente Sib - ma ci sembrava logico procedere come aveva suggerito anche il premier Draghi, con una lungimiranza amministrativa, in modo da avere il tempo di fare un censimento, di scoprire quante e quali sono le realtà fronte mare, prima di mettere tutto in gioco senza aver fatto un'analisi su quello che c'è e sulle possibili conseguenze. Servirebbe una legge quadro che tenga considerazione di tutti gli aspetti, sia della necessità di concorrenza, sia alla necessità di non distruggere un sistema imprenditoriale importante per l'Italia''.

L'addio alle piccole realtà (e alla qualità?)

Ma se questo non dovesse avvenire, il rischio concreto è di dire addio a tante piccole realtà locali, ''una ricchezza importante'', come sottolineato da Schiappapietra a Today: ''Stiamo parlando di un sistema che funziona, composta da famiglie e micro-imprese, un sistema fluido che tra l'altro è stato creato dalle norme dello Stato. Vanno create regole nuove che tengano conto della necessità di aprire alla concorrenza, ma non dobbiamo distruggere un sistema che funziona: il rischio è di passare da una gestione familiare, che comporta un aspetto sociale e un particolare rapporto con i clienti, in una grande impresa, magari gestita da una multinazionale straniera''.

''Non c'è la necessità di mettere tutto a gara  e cambiare tutto con una data univoca per tutti – prosegue – Prima di fare scelte radicali è necessario conoscere e approfondire, non si può togliere tutto con colpo di spugna. Il giudice ha dato una sberla ai concessionari è vero, ma anche alla politica che trascina questa vicenda da oltre 10 anni, una vicenda che andava affrontata meglio e risolta in modo diverso". 

Schiappapietra pone l'accento anche sulla posizione dell'Europa, in realtà non così pressante come si vorrebbe far pensare. ''Non è vero che l'Europa ha creato questa pressione nei confronti dell'Italia. In altri Paesi dell'Ue, come Spagna, Portogallo e Croazia, la situazione si è risolta con delle normative che vanno nella nostra direzione. In tutti i casi la Comunità europea ha accettato queste norme senza imporre decisioni radicali''.

In Portogallo e Spagna le concessioni balneari si possono prorogare per 75 anni

Il problema centrale rimane però uno: le conseguenze, sia quelle economiche che quelle che ricadranno sul servizio offerto: ''Così facendo andiamo a creare un danno enorme – prosegue il vice presidente Sib –. Gli imprenditori non vorranno fare più investimenti con una scadenza così vicina, mentre chi vincerà le future gare sarà comunque poco incentivato a farlo, con il risultato che si andrà inevitabilmente a perdere la qualità. Rischiamo di perdere i turisti stranieri e anche quelli italiani''.

Il timore dei gestori, e anche un po' degli utenti, è quello di dire addio a tutte quelle particolarità hanno sempre contraddistinto il patrimonio turistico italiano: ''Dalle tradizioni alla cucina, esistono degli esempi di qualità che soltanto un piccolo imprenditore riesce a raggiungere. Così andiamo verso una totale standardizzazione, snaturando un sistema che aveva il suo equilibrio basato sulla continuità. Siamo sicuri che questa sia la scelta giusta? – conclude Schiappapietra – Io non credo''.

Il 2024 è una data molto vicina, talmente vicina da disincentivare qualsiasi investimento da parte degli attuali concessionari, che tra meno di due anni potrebbero ritrovarsi senza nulla in mano. Inoltre, in assenza di un regolamento chiaro che regoli questo nuovo sistema di gare, il futuro dopo il 31 dicembre 2023 rimane avvolto nelle nebbia. Un colpo di spugna che farà vittime (economicamente parlando) e che potrebbe spazzare via anche quella qualità che tanto contraddistingue la nostra offerta turistica. Un vero (e doppio) peccato mortale. 

Per i sindaci la direttiva europea sulle concessioni farà bene alle nostre spiagge

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