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Martedì, 30 Novembre 2021
25 novembre

Tutti i numeri dei femminicidi: 6 donne su 10 non avevano parlato con nessuno

La Commissione bicamerale del Senato ha pubblicato un'inchiesta sul fenomeno della violenza degli uomini sulle donne

La violenza di genere e nello specifico i femminicidi in Italia non sono più solo emergenza. La cultura della dominanza dell’uomo sulla donna è qualcosa di strutturato e radicato in un Paese dove le donne vengono ammazzate nei modi più efferati. A coltellate, a colpi d’arma da fuoco, a sprangate, bastonate, martellate. Ma anche con asce, pietre, mazze da baseball, bottiglie di vetro. In un caso anche con un batticarne. Tutto pur di far fuori "lei", la cui unica colpa è stata quella di scegliere un altro uomo, di aver lasciato il partner con cui non si trovava più bene o più semplicemente di essersi ribellata alla condizione di sudditanza nella quale veniva schiacciata da un uomo, per il quale, la parità rappresentava un attentato alla sua fragile concezione di virilità. La cosa peggiore è che in tutto questo le donne sono lasciate sole. Altrimenti non si spiegherebbe uno dei dati più inquietanti di questo fenomeno: su 196 casi di donne uccise per “motivi di genere” (definizione richiamata nella Risoluzione del Parlamento europeo del 28 novembre 201914), 123 (63%) non avevano riferito a nessuna persona o autorità le violenze pregresse subite dall’uomo. Più di sei donne su dieci. 

Se ci dimentichiamo gli orfani di femminicidio 

Il quadro emerge dal report della Commissione di inchiesta parlamentare del Senato sui femminicidi, che ha voluto dare una fotografia del fenomeno, dopo aver raccolto, analizzato e messo a confronto i casi di donne uccise per mano di un uomo negli anni 2018 e 2019, scandagliando i fascicoli di indagine delle Procure di tutta Italia. Secondo l’intergruppo politico, il dato “denota la grave difficoltà che le donne incontrano nel cercare aiuto e allo stesso tempo denuncia il forte ritardo delle istituzioni a investire sulla costruzione di contesti adeguati a favorire la ricerca di aiuto e di sostegno da parte delle donne”. Di quelle 196 donne, solo 69 (35%) avevano parlato della violenza con una persona vicina, 18 (9%) si erano rivolte ad un legale per chiedere consiglio, 29 (15%) avevano denunciato o querelato precedenti violenze. 

Dato donne che esternano violenza su base del rapporto autore - vittima. Rappporto commissione senato 2017 - 2018

Donne massacrate e uccise nel totale silenzio. Potevano parlare, ma a chi? A quelle famiglie sempre pronte a prendere le parti dell’uomo? A chi sa solo giudicarle e mai ascoltarle? Alle forze dell’ordine che invitano a non denunciare? Già, perché la Commissione ha rilevato anche come, in quei delitti, siano stati determinanti certi contesti culturali, dove è socialmente accettato che un uomo possa spazientirsi e tirare due schiaffi. Non è facile parlare, superando la vergogna e il senso di inadeguatezza, denunciando un uomo che, in alcuni casi, è anche l’unico sostegno economico per la donna. Infatti, sempre secondo i dati del gruppo d’indagine al Senato, l’85% delle donne uccise (e di chi era loro vicino) non aveva denunciato precedenti violenze.

"Il numero delle donne ammazzate è solo la punta di un iceberg molto più grande e che cela ogni giorno abusi e violenze, da quella economica a quella sessuale, che si consumano troppo spesso nel silenzio e nella solitudine di tante. - ha detto la Presidente della Commissione Valeria Valente (Partito democratico) - Questo fenomeno continua a resistere nel tempo. Gli unici reati violenti che non conoscono battuta di arresto sono quelli che si consumano ai danni delle donne. Lo dicono i numeri. Il nostro lavoro, come Commissione di inchiesta, cerca di valutare che cosa non funziona".

Ma sono solo i primi dati attraverso i quali la Commissione ha potuto indagare sull’efficacia del sistema di prevenzione; sul livello di coordinamento e collaborazione fra le istituzioni; sul perché della mancata emersione dei fatti di reato; soprattutto sull’adeguatezza del sistema normativo che, va detto, successivamente a quegli anni ha poi visto l’introduzione del codice rosso e della legge 33 del 2019, con la quale non si può più accedere ai riti alternativi di fronte all’accusa di omicidio aggravato. 

Questione culturale dunque, ma non etnica. Anche perché su 192 omicidi accertati, 150 sono stati commessi da italiani. Non c’è nazionalità, età o classe sociale che tenga per banalizzare il tutto. In Italia la maggioranza dei delitti arrivano da italiani di ogni età, estrazione sociale. Sono altri i dati che aiutano a guardare meglio il fenomeno sotto diversi punti di vista. Basti pensare che più della metà delle donne sono state uccise dal partner (inteso come il marito, il compagno, il fidanzato, l’amante), ma che molte di loro hanno perso la vita per mano di altri soggetti: 

  • ex partner 
  • figlio 
  • padre 
  • altro parente 
  • altro conoscente 
  • cliente / spacciatore 
  • autore non identificato 
  • autore sconosciuto alla vittima 

“Dunque il femminicidio si conferma come un atto di volontà di dominio e di possesso dell’uomo sulla donna al di là della possibile volontà di indipendenza e di rottura dell’unione della donna stessa” si legge nella relazione.

Femminicidi: i numeri della Commissione d'inchiesta al Senato

La Commissione rileva anche come, tornando ai 192 autori di omicidio, un terzo (62) di loro aveva precedenti penali o giudiziari. In particolare, di quei 62 con precedenti, un terzo (20, cioè il 32,3%) erano anche già stati sottoposti a misure cautelari; di queste, 13 su 20 erano state emesse per reati contro la persona. E questo apre anche una riflessione sul funzionamento del sistema giudiziario e sulle forme di prevenzione dei delitti che forse, anche in nome di quella Convenzione di Istanbul, dovrebbero essere implementate. Infatti, al termine dell’inchiesta, si prova a tirare le somme su una serie di nervi scoperti. Tra questi l’incapacità delle istituzioni di leggere i segnali che precedono un omicidio; la diffusa tendenza a confondere la violenza col banale “conflitto familiare”; la carenza di un effettivo sistema integrato di collaborazione di rete tra i professionisti specializzati nei diversi settori; un efficace raccordo tra la giurisdizione civili e panel, come anche tra quella ordinaria e minorile.

Per questo la Commissione d’inchiesta sui femminicidi del Senato, preso atto di tutta una serie di criticità, tenta anche di rilanciare con delle proposte, tra cui: 

  • la previsione dell’arresto, anche fuori dei casi di flagranza, per i reati di maltrattamenti contro familiari e conviventi, violenza sessuale, lesioni e atti persecutori;
  • la possibilità di disporre le intercettazioni in presenza di sufficienti indizi circa la commissione dei delitti sopra citati; 
  • l’obbligo di applicare il braccialetto elettronico per l'indagato agli arresti domiciliari, di cui “si registra una scarsa applicazione (da ricondursi anche alla allora oggettiva difficoltà di reperimento di tali strumenti di controllo), sebbene il codice di procedura penale lo prevedesse come obbligatorio, imponendo al giudice di motivarne, in fatto, perché ritenuto non necessario”.

"Dagli anni ’80 l’Italia si è dotata di un quadro normativo robusto e soddisfacente. - continua la presidente Valente - Il tema vero è che oggi purtroppo le leggi non bastano. Il tema vero è leggere correttamente la violenza per quello che è: l’espressione di una profonda speculazione di potere che esiste ancora nella dinamica uomo-donna. Gli uomini in Italia detengono il potere e le donne non riescono ad eguagliare questo potere. In questa disparità si alimenta il seme della violenza. Costruiamo una società che garantisca eguaglianza di potere, nel senso di poter fare, tra uomini e donne, eliminando questa sperequazione di potere e che combatta stereotipi e pregiudizi, non solo della violenza, ma soprattutto del ruolo che le donne, con le loro differenze, possano avere nella società”.

Le leggi servono e serviranno. Ma forse oggi è più importante costruire un grande lavoro per sradicare una cultura fatta di odio e prevaricazione. Non è un caso che la quasi totalità di uomini, dopo aver ucciso, non si siano detti pentiti e anzi, a processo, hanno espresso disprezzo per le vittime. Possibile? Nella loro mente, con la violenza, hanno dimostrato “a sé stessi e al loro mondo di avere imposto, una volta per tutte, la loro posizione ed il loro potere sulla vita della vittima, specie quando questa aveva osato ribellarsi alle loro regole. Attraverso l’uccisione della ribelle questi uomini si sentono di uscire rinforzati rispetto ai disvalori culturali posti alla base della violenza di genere”. In questo contesto potrà certamente giocare un ruolo fondamentale la scuola, capace di intervenire nelle famiglie. Come nel caso di un padre, violento con la moglie, che maltrattava la figlia con un pezzo di legno per farla studiare in presenza del fratellino affinché imparasse a picchiare le donne.

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