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Martedì, 30 Novembre 2021
25 novembre

Perché le donne vittime di violenza non vengono tutelate dalla giustizia 

Un sistema intero sotto accusa. Dalle forze dell'ordine che minimizzano fino a pm e giudici che trasformano la gelosia in attenuante. L'inchiesta

Dagli anni ’80 ad oggi, la giustizia è andata avanti nella difesa delle donne vittime di violenza. Siamo passati dall’abrogazione delle disposizioni sul delitto d'onore nel 1981 al Codice rosso di oggi. Tuttavia i femminicidi non sembrano trovare un argine. Ogni giorno si registra una denuncia, un arresto, una condanna. Ogni giorno c’è il caso di un uomo che abusa di una donna. Sradicare quell’odio sembra un’utopia. Sicuramente lo sarà fintanto che non si ribalterà la cultura della sopraffazione dell’uomo sulla donna. Quanto meno nel sistema giuridico che, a rigor di logica, dovrebbe essere il primo a porsi in posizione di difesa di una presunta vittima di violenza di genere. Già, perché, stando alle conclusioni della Commissione di inchiesta sui femminicidi del Senato, che Today ha potuto visionare per intero, le violenze degli uomini nei confronti delle donne raggiungono l’apice dell’omicidio anche per una catena di errori lungo tutta la filiera della giustizia italiana. A partire dal primo poliziotto che accoglie una donna in cerca di un riparo, fino al giudice dell’ultimo grado di processo. 

Femminicidi: tra polizia che minimizza e giudici che vanno a rilento 

Con riferimento ai 196 casi di donne uccise per motivi di genere, i lavori parlamentari hanno preso in esami 29 casi precisi, analizzando tutto l’iter giudiziario fin dalle prime denunce. Tenendo sempre conto che si parla di omicidi risalenti agli anni 2017 e 2018 (dunque prima dell’introduzione del codice rosso e della legge 33 del 2019, con la quale si nega l’accesso ai riti alternativi di fronte all’accusa di omicidio aggravato), le criticità rilevate riguardano vari fronti: la sottovalutazione della violenza riferita dalla donna o verbali di polizia in cui si cassano violenze come “turbolenze familiari”, con operatori delle forze dell’ordine arrivano perfino a dissuadere le vittime dallo sporgere denuncia per non peggiorare la situazione. In un caso, la polizia giudiziaria è arrivata a dare priorità alla denuncia dell’uomo per i tradimenti della donna, rispetto alla richiesta di aiuto di quest’ultima. Quella donna sarebbe stata uccisa mesi dopo con dieci coltellate. E ancora si parla di denunce non inoltrate alla Procura, con poliziotti o carabinieri che pensano di risolvere tutto prendendo un caffè con l'uomo sospettato di violenze domestiche. Sì, stando all’indagine della commissione politica presieduta dalla senatrice Valeria Valente, è successo anche questo. Peccato che, a distanza di pochi mesi, l’uomo ha ucciso le due figlie e sparato alla moglie. 

"È evidente che i limiti ravvisati nell’azione della Polizia giudiziaria si riflettono direttamente sull’attività del Pubblico Ministero, a partire dai casi che non gli sono sottoposti ovvero che presentano gravi carenze investigative, come ad esempio il ridimensionamento dei fatti a lite familiare" si legge nella relazione conclusiva. Infatti anche i pm non sarebbero da meno: indagini tardive, in parte sanate dal successivo Codice rosso; mancate richieste di misure cautelari, anche laddove la polizia giudiziaria abbia invece sollecitato un pronto intervento. "Si registra, poi, una scarsa applicazione del braccialetto elettronico (da ricondursi anche alla allora oggettiva difficoltà di reperimento di tali strumenti di controllo) nei casi di arresti domiciliari, sebbene il codice di procedura penale lo prevedesse come obbligatorio imponendo al giudice di motivarne, in fatto, perché ritenuto non necessario". 

Dal dossier: "Le donne avevano imparato a non urlare"

A volte poi, ci si mettono anche i Gip, rigettando misure di custodia cautelare, per esempio, sulla base di remissioni di querela o di una non precisata presunta riappacificazione all’interno della coppia. Proprio lì sta la difficoltà di certe indagini. In questi casi gli investigatori devono muoversi in un ambito delicato e ingannevole come quello dell’intimità familiare, laddove il germe dell’odio si sa mimetizzare molto bene con l’ambiente circostante. La relazione riporta anche casi di donne che, prima di essere uccise, "avevano imparato a non urlare, nonostante le atroci violenze patite, specie sessuali, per evitare che i bambini che si trovavano nella stanza accanto, soffrissero e si accorgessero di ciò che subivano dal padre". 

Per questo, scrivono i relatori, "quando si affronta un caso di violenza domestica, la prima pista investigativa deve essere quella della ricerca di forme discriminatorie nei confronti della donna che ne è vittima da parte dell’autore del reato: disprezzo, umiliazione, controllo, soggezione. È necessario quindi assicurare che gli operatori abbiano una adeguata formazione che consenta loro di qualificare correttamente certe condotte maschili, non come pratiche ordinarie e legittime, o, al più, forme di una "mentalità all’antica", ma come violenza di genere".

Si torna sempre lì, al cuore del problema: quello culturale. Così si spiega anche un altro elemento rilevato dall’inchiesta: "In gran parte delle sentenze di primo e secondo grado, la gelosia non è stata qualificata nei termini indicati dalla giurisprudenza Corte di cassazione come motivo futile che aggrava la condotta, ma, al contrario, ha inciso a favore dell’imputato in modo assai rilevante perché ritenuta un sentimento che legittima l’applicazione delle attenuanti generiche". Non solo, perché, sempre i giudici, troppo spesso, di fronte alla decisione di archiviare, non motivano, con tutte le difficoltà consenguenti per i procedimenti civili. 

Di fronte a donne, figlie, madri, nonne, sorelle e zie, capaci di subire in silenzio qualsiasi tipo di violenza in nome di un’immagine da mantenere, della tutela della serenità dei loro figli o per la paura di perdere tutto. Di fronte a chi trema all’idea di denunciare per non dover affrontare l’onta di fronte ad un sistema che è bravo solo a giudicare, rendendo le donne doppiamente vittime, c’è bisogno di persone preparate. "Appare necessario dotare gli Uffici giudiziari competenti, sia penali che civili, di personale specializzato e mezzi adeguati ed estendere le buone prassi già operative negli Uffici più virtuosi. - concludono i parlamentari - Analoghe indicazioni appaiono opportune affinché sia assicurata un'adeguata, strutturata e costante formazione anche per le forze dell'ordine, l'avvocatura e i professionisti che assumono incarichi di consulenza nei procedimenti per violenza di genere".

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